La Polizia Locale e il terremoto: quello che una foto o le telecamere non possono raccontare… ciò che prova chi indossa una Divisa.

A raccontarcelo è il nostro Dirigente Sulpl di Bologna, Giuliano Corso. Abbiamo ritenuto giusto condividere le sue emozioni con Voi proprio oggi, giorno in cui lo sciame sismico continua a devastare il cuore dell’Italia. Ciò che lui ci racconta è qualcosa di molto intimo e sicuramente condiviso da chi questa esperienza l’ha vissuta, prestando soccorso alle popolazioni terremotate: è un’esperienza umana che ti arricchisce; riuscire a strappare un sorriso a quella gente con gli occhi velati di malinconia e disperazione, ricevere un loro grazie, ti riempie il cuore… ma le parole non bastano per descrivere ciò che un uomo o una donna in Divisa possono provare. Tutta la nostra vicinanza e il nostro sostegno alle popolazioni colpite dal sisma.t1

“Dalle foto non si vede la cosa più importante. Non si può vedere perchè non è tangibile. E’ la ricchezza che mi ha donato la gente del posto. Gente che ha perso tutto, ma che ha ancora la forza per ringraziare per ogni gesto e gentilezza che riceve. I loro sorrisi, il loro calore, la loro caparbietà a non arrendersi. Un’esperienza che mi ha arricchito e mi ha motivato a fare ancora di più per chi è in condizioni di difficoltà, sempre e ovunque. Ringrazio la Regione ed il Comune che mi hanno dato questa opportunità.”  (Cit. Giuliano Corso)

La Polizia Locale nelle aree terremotate del centro Italia

Siamo fatti così noi della Polizia Locale. Protestiamo e ci lamentiamo per una disattenzione, per non chiamarla indifferenza, che ormai si protrae da decenni. Pronti a minacciare misure di ogni genere pur di rivendicare il nostro ruolo e la nostra sacrosanta dignità. Ci hanno tolto tutto, o quasi. E quello che ci riconoscono ce lo presentano come una sorta di concessione di favore.
Eppure è sufficiente che qualcuno abbia bisogno di noi ed accorriamo da qualsiasi parte d’Italia, lasciando le “paturnie di cortile” a chi non ha altro a cui pensare, rimboccandoci le mani e rischiando, ancora una volta, le nostre vite. Sempre all’oscuro dei riflettori.
Le nostre divise non si devono vedere, non si devono leggere e non si devono riprendere. Eppure noi siamo sempre lì, al posto giusto nel momento giusto, ogni volta che c’è bisogno.
Ed eccoci anche qui, chi ad Arquata del Tronto, chi ad Amatrice e chi ad Accumoli o a Montegallo. Il centro nevralgico della tragedia del 24 agosto. Siamo lì dove la sofferenza ancora gela i cuori e la paura è pari solo alla voglia di risorgere.
E’ iniziata così la mia avventura a Montegallo. Il 25 agosto ho dato la mia disponibilità a recarmi presso le aree terremotate in aiuto alla popolazione, insieme a tanti altri colleghi. L’8 settembre la Regione ha richiesto 6 operatori di Polizia Locale da inviare il 10 successivo. E così è stato.
Siamo partiti in 6. Colleghi che non si erano mai visti prima d’ora che si incontrano come se si fossero sempre conosciuti. Silvia e Mirco del Corpo di Terre d’Argine, Samanta e Stefano del Corpo di Valsamoggia e Daniele ed io, Castel San Pietro. Arrivo a Montegallo in giornata e scambio di consegne con Fulvia, ispettrice ferrarese. La stanchezza di Fulvia, così come degli altri cinque colleghi, era evidente, anche se si leggevano nei loro volti i segni di un’avventura umana pervadente.
Pioveva quando siamo arrivati e ci siamo subito resi conto che l’impresa non sarebbe stata facile, né comoda. Il comfort dei nostri letti caldi ed asciutti ha lasciato il posto alle brande scomode e umide delle tende della protezione civile. Ricordo che all’interno della tenda l’acqua ristagnava formando delle pozzanghere sporche e gelide, delle quali al mattino ci eravamo dimenticati, ma che ci tornavano in mente non appena poggiavamo piede e a terra al risveglio, suscitando qualche risata e qualche sfottò cameratesco. Peccato che io fossi quasi sempre il primo a poggiare i piedi a terra.
Scomodità che non prendevamo mai sul serio e delle quali non ci siamo mai lamentati, consapevoli che per noi si sarebbe trattato di una settimana, mentre per gli ospiti del campo molto di più. Non potevamo quindi lamentarci. Un gruppo fantastico il mio. Donne e uomini che ho cominciato ad apprezzare sin da subito e con i quali ho stretto un legame profondo.
Sin dal primo giorno di lavoro, dopo un breve breefing, abbiamo dimostrato al campo che eravamo autonomi ed in grado di svolgere i nostri compiti istituzionali in perfetta indipendenza, conoscendo già a dovere il territorio, avendolo perlustrato il giorno prima con il contingente che ci ha preceduto. Ricordo che il responsabile ANCI della protezione civile, Marco, era visibilmente sorpreso di questa velocità. Ma è rimasto sorpreso anche di tutto il resto che nei giorni successivi è avvenuto.
Non c’è stato bisogno di chiedere ai colleghi di protrarre il lavoro oltre le consuete 6 ore quotidiane. Lo hanno fatto senza battere ciglio e senza esigere alcunchè in cambio. E così le nostre giornate di lavoro si sono protratte quotidianamente ben oltre, con una media giornaliera di 14 ore. Tre pattuglie automontate,sempre presenti ed efficientemente distribuite nel territorio.
Era così grande il nostro desiderio di stare vicino alla popolazione terremotata che anche solo un’ora di riposo ci sembrava tempo perso. Personalmente ero assetato delle continue esternazioni di gratitudine delle persone del luogo. Ed è ciò che più mi (ma mi permetto di dire “ci”) è rimasto impresso nel cuore in modo indelebile. Il calore e la franchezza che solo un popolo sofferente è in grado di dimostrare. E ne ho voluto fare incetta, come a lenire le ferite di un ventennio di lavoro mai riconosciuto e bistrattato. Finalmente la tanta gente che ci amava lo dimostrava in modo naturale e genuino. Credo che sia un po’ quello che ha mosso tutti noi a fare e dare tanto.
Certamente non sono mancate situazioni critiche. E non sono mancate neppure le solite gare a chi è più grosso e forte tipico di altre forze di polizia, le quali, sin da subito si rendevano conto del nostro vero valore e alla fine, anche nei gruppi chiusi di telegram, ci chiamano ora “fratelli”.
Ricordo una circostanza critica in particolare. In una delle frazioni di Montegallo è scoppiata una vera e propria “sommossa popolare” dovuta allo spiacevole compito degli ingegneri nel determinare l’agibilità casa per casa. Più di 30 cittadini assediavano due gruppi di ingegneri, i quali molto spaventati richiedevano l’intervento dei Carabinieri, presenti nelle 23 frazioni con una sola pattuglia.
Anche in quella circostanza siamo arrivati prima noi. Ricordo i volti sorpresi degli ingegneri, dei cittadini e degli stessi carabinieri (sebbene arrivati dopo di noi), quando hanno visto intervenire contemporaneamente tre pattuglie della Polizia Municipale. E’ stata sufficiente la nostra tipica capacità nel relazionarci con la gente per sedare subito gli animi, senza alcun sfoggio di forza per riportare la situazione alla normalità, terminando in una festa in cui i residenti facevano a gara per rimpinzarci di dolci e vin cotto. Proprio da quella situazione, così pericolosa se mal gestita, sono nate amicizie con persone del luogo che ancora oggi perdurano.
Furono i Carabinieri stessi a richiederci di fare servizio congiunto con loro non appena accorti della nostra efficienza e professionalità, pari a quella della maggior parte dei comandi di PL in Italia, ma sempre opportunamente celate.
Ricordo anche che un giorno vi era una troupe televisiva della RAI. Carabinieri, Vigili del Fuoco e Polizia di Stato (mai visti in tutta la nostra permanenza) erano stranamente numerosi quel giorno. E tutti curiosamente nella stessa angolare della telecamera. Era evidente quanto si adoperasse la troupe affinché nelle riprese non ci ricadesse anche una delle nostre divise. Non lo avrei mai detto se non fosse stato così evidente. Ma a noi non importava nulla.
Tutto ciò che ci importava, il sabato successivo, era di aver fatto un buon lavoro. Di aver dato sicurezza e donato il sorriso a quelle persone anziane e fragili i cui volti rimarranno sempre scolpiti nei nostri cuori.
Tante e importanti le attività svolte, dal controllo del territorio ad una efficacissima attività anti-sciacallaggio. Scorta ad ambulanze e vigili del fuoco. Vigilanza nelle zone rosse. Tutela e protezione delle popolazioni nel territorio e nei campi di accoglienza. Vigilanza ambientale e polizia stradale. Persino la tutela degli animali di affezione, lasciati soli nelle zone rosse, irraggiungibili per i residenti. Tantissime le gratificazioni, ma ormai devo sforzarmi per ricordarne i particolari. Ciò che risuona dentro di me come un eco inesauribile è una delle tante frasi rivoltemi da un’anziana donna con le lacrime agli occhi stringendomi la mano tra le sue: “Dio vi benedica. Tutto questo per una povera vecchia impaurita. Dovremmo inginocchiarci per ringraziarvi di tutto quello che fate per noi…”. Una musica completamente diversa da quelle che sentiamo nei nostri paesi. Questo le telecamere non lo hanno ripreso. E rimarrà sempre solo mio.

Giuliano Corso

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