Sulpl e il “caso Venezia”: permettere pari trattamento ed evitare la discriminazione era un atto dovuto da parte del Sindacato.

Nei giorni scorsi il “caso Venezia” delle otto Colleghe che hanno rifiutato l’arma, perché obiettrici di coscienza, ha suscitato non poche polemiche, soprattutto per il fatto che sono state difese dal nostro Sindacato che come è noto è il Sindacato maggiormente rappresentativo della Polizia Locale Italiana che con orgoglio,  in tutte le sedi, da 29 lunghi anni lotta per il riconoscimento delle tutele e dei diritti negati, nonché per l’armamento degli Agenti e l’attribuzione agli stessi degli strumenti di autotutela, indistintamente su tutto il territorio nazionale,  in relazione alla tipologia di lavoro svolto e ai rischi ad esso connessi. Giova ricordare che le funzioni della Polizia Locale sono le stesse della Polizia di Stato, con il solo limite della territorialità.

Alcuni l’hanno letta come una contraddizione, ma non lo è affatto; per questo motivo vogliamo fare chiarezza.

Innanzitutto occorre premettere che a Venezia, il Regolamento di Polizia Locale permetteva e a tutt’oggi consente l’obiezione di coscienza anche all’interno del Corpo stesso. Agli uomini è stato permesso in passato e lo è ad oggi. Il caso è nato quando anche le donne hanno semplicemente richiesto parità di trattamento. Addirittura, al momento dell’assunzione avevano dichiarato, in forma scritta, la loro posizione e l’Amministrazione le ha comunque assunte. Dinanzi a questa premessa appare evidente che permettere pari trattamento ed evitare la discriminazione era un atto dovuto da parte di un Sindacato, il cui primo dovere etico-morale è proprio tutelare i Lavoratori e i loro Diritti. Un diritto, qualunque esso sia, non può essere limitato al sesso.

Dunque il bando tramite il quale sono state assunte anche le otto lavoratrici non escludeva gli obiettori di coscienza, come invece sarebbe auspicabile in tutti i concorsi di Polizia Locale, anche perchè altrimenti il personale non può esplicare tutte le funzioni attribuite dalla Legge. Per il futuro auspichiamo che gli obiettori e le obiettrici, nel rispetto dei loro valori etico-morali, abbiano la stessa sensibilità anche verso la nostra categoria; quindi per la sicurezza dei Colleghi della Polizia Locale è necessario che chi accetta di farne parte, non rifiuti l’utilizzo dell’arma, essenziale per la difesa. Nel caso in questione che senso avrebbe avuto far rimanere all’interno di un Comando otto lavoratrici che non riescono a convivere con l’arma? Non sarebbe stato utile ne per loro, ne per i colleghi, ne per il datore di lavoro; tra l’altro in un momento storico in cui quello stesso Comando come tanti altri vanno verso l’armamento, come è giusto che sia. Il problema andrebbe risolto a monte, dunque a livello legislativo.

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